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Sabato, 05 Luglio 2025 09:34

Elezioni Regionali 2025: tra maretta interna e candidati in bilico – focus su Lazio e Campania

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"Il mare è calmo solo per le navi coraggiose." – Fridtjof Nansen

La Campania si conferma ancora una volta teatro politico tra i più agitati d’Italia. Il centrodestra, che pure aspira a strappare la guida della Regione al centrosinistra dopo i dieci anni di governo De Luca, si presenta in ordine sparso. Il ritiro ufficiale di Fulvio Martusciello, europarlamentare di Forza Italia, dalla corsa per la candidatura alla presidenza ha segnato una svolta. Martusciello, uomo forte di FI in Campania, ha motivato il passo indietro con la volontà di evitare "strumentalizzazioni" legate a un’indagine che ha coinvolto una sua collaboratrice, ma il gesto è chiaramente il risultato di forti tensioni interne.

Nel vuoto lasciato da Martusciello si è fatto avanti Edmondo Cirielli, viceministro degli Esteri, figura solida di Fratelli d’Italia. La sua è una candidatura tecnicamente valida, ma poco radicata sul territorio: il partito di Giorgia Meloni lo sostiene, ma Lega e Forza Italia frenano. La Lega in particolare spinge per un nome civico più trasversale, come il magistrato Catello Maresca, già noto per l’impegno antimafia e la corsa a sindaco di Napoli, ma figura divisiva.

Il centrosinistra, nel frattempo, è diviso tra la volontà di rinnovamento e l’ombra ingombrante di Vincenzo De Luca. Il governatore uscente non potrà correre per un terzo mandato a causa dello stop della Corte Costituzionale alla modifica della legge elettorale. Tuttavia, il suo entourage continua a pesare. In pole tra i fedelissimi c’è Nicola Caputo, assessore all’agricoltura, ma difficilmente potrà aggregare l'intera coalizione.

Il nome che potrebbe davvero unire il campo largo è Roberto Fico, ex presidente della Camera e volto autorevole del Movimento 5 Stelle. Fico gode di una buona reputazione personale e ha posizioni compatibili con il PD. Tuttavia, una sua candidatura rischia di spaccare l’alleanza se non si chiarisce il ruolo dell’area deluchiana. Un altro nome che circola è Sandro Ruotolo, giornalista ed ex senatore, vicino ai movimenti civici, ma ancora troppo isolato per imporsi.

In Campania, dunque, la maretta politica è reale. Il centrodestra non ha ancora un nome competitivo e unitario, mentre il centrosinistra rischia di auto-sabotarsi se non supera i veti incrociati. Il tempo stringe e la confusione gioca a sfavore di tutti.

Nel Lazio la situazione è apparentemente più stabile, ma non meno delicata. Dopo la vittoria del centrodestra nel 2023 con Francesco Rocca, la regione è diventata un laboratorio silenzioso del potere meloniano. Rocca, governatore in carica e sostenuto da Fratelli d’Italia, si è finora mantenuto in equilibrio, ma la sua gestione è sotto esame. Sanità e trasporti restano i due settori più criticati, con proteste diffuse soprattutto nella Capitale e nell’hinterland.

Fratelli d’Italia vorrebbe confermarlo per un secondo mandato, ma non è scontato. Rocca è un tecnico prestato alla politica, ma non un politico di partito. La Lega e Forza Italia lo considerano un nome "neutro", ma non privo di attriti. Qualora decidesse di farsi da parte, si tornerebbe alla conta interna tra gli alleati, con FdI che punterebbe su un proprio nome di partito, magari espressione dell’area romana.

Nel centrosinistra il quadro è ancora più incerto. Dopo la sconfitta del 2023, il PD è diviso tra chi vorrebbe rilanciare l’esperienza di Alessio D’Amato, ex assessore alla sanità nella giunta Zingaretti, e chi chiede un netto rinnovamento. D’Amato, pur avendo gestito bene la pandemia, ha perso nettamente contro Rocca e il suo ritorno rischia di sembrare un déjà vu.

Daniele Leodori, ex vicepresidente della Regione, è un nome che circola nei corridoi, ma non scalda l’opinione pubblica. Il Movimento 5 Stelle, intanto, è alla finestra: senza un nome forte da proporre, spera in una figura condivisa per evitare l’ennesimo flop elettorale. Si vocifera anche di un coinvolgimento di esponenti della società civile, ma al momento nessun nome convince davvero.

In sintesi, il Lazio è una regione dove il centrodestra potrebbe confermarsi per inerzia, più che per merito. Se il centrosinistra non saprà proporre una candidatura forte e unitaria, difficilmente riuscirà a strappare la Regione. La posta in gioco non è solo locale: il Lazio resta cruciale come ponte tra Roma e le dinamiche nazionali.

La finestra elettorale più accreditata è quella autunnale. La Campania andrà quasi certamente al voto a novembre 2025, mentre il Lazio potrebbe votare solo in caso di rimpasti o crisi anticipate, ma ogni scenario resta aperto. Il governo intende accorpare le elezioni regionali per risparmiare e incentivare la partecipazione, ma questa scelta strategica potrebbe penalizzare i partiti che non hanno ancora una proposta chiara.

In Campania, il centrodestra è fermo a un braccio di ferro sterile. Cirielli è un candidato forte sulla carta, ma debole nella percezione popolare. Maresca potrebbe essere la sorpresa, ma manca ancora l’unità. Il centrosinistra ha una carta vera: Roberto Fico. Se il PD e il M5S avranno il coraggio di investirci seriamente, potrebbero non solo vincere, ma anche rilanciare l’idea del campo largo a livello nazionale.

Nel Lazio, il rischio è la noia. Il centrodestra sembra consolidato, ma il consenso verso Rocca è tiepido. Il centrosinistra deve ripartire da una figura nuova, ma credibile. D’Amato ha esperienza, ma ha già perso. Serve uno scatto d’orgoglio, magari anche un nome civico, purché non sia solo una bandiera.

In entrambe le regioni, la vera sfida è uscire dalla logica dell’autoconservazione e proporre idee concrete. I cittadini sono stanchi di giochi di palazzo. Se la politica non ascolta, il voto punirà.

Eccoci nel teatro sempre più tragicomico della politica italiana, dove le candidature sembrano uscire da un casting per una fiction piuttosto che da una riflessione seria su programmi e bisogni del territorio. E allora, tra una maretta e l’altra, spunta il colpo di scena che non può mancare in ogni sceneggiatura che si rispetti: Arianna Meloni, la sorella della premier, indicata come possibile candidata in Campania.

Già, perché pare che il cognome “Meloni” ormai sia considerato un marchio, un logo, un franchise da esportare in tutte le regioni, come fosse un fast food ideologico. Arianna, finora regista silenziosa della macchina organizzativa di Fratelli d’Italia, verrebbe ora proposta per una regione dove il suo radicamento politico è pari a quello di un turista tedesco a Ischia. Ma si sa, nella politica di oggi conta più il nome che il curriculum. Che poi la Campania sia un terreno accidentato, complesso, e con mille equilibri locali da rispettare… dettagli.

L’operazione ha un retrogusto dinastico: la premier regina d’Italia, la sorella regina del Sud. Quasi un remake politico de “I Borgia”, ma con meno intrighi di palazzo e più post su Instagram. C’è chi nel centrodestra la considera una forzatura, chi la teme (soprattutto internamente), e chi scommette che alla fine non se ne farà nulla. Ma intanto, il nome è lì, buttato sul tavolo come una bomba a orologeria. Magari è solo un ballon d’essai per vedere “l’effetto che fa”. E l’effetto, in effetti, lo fa.

E poi c’è lui, l’eterno protagonista della politica con vocazione da solista: Carlo Calenda. Dopo aver annusato l’aria – che in effetti sapeva di marcio come lo schiaffo che la moglie ha rifilato a Macron in diretta tv – Calenda ha deciso che no, stavolta “non se la sente”.

Troppo rispetto per sé stesso? Troppa lucidità? Oppure semplice istinto di sopravvivenza politica?

Diciamolo: l’idea di candidarsi in una regione come il Lazio, prendere l’ennesima batosta elettorale e dover poi commentare il risultato in diretta su La7 con la faccia da “io ve l’avevo detto”... stava diventando troppo grottesca anche per lui.

Se quello di Macron è stato uno schiaffo clamoroso e imbarazzante, quello che rischiava Calenda sarebbe stato l’ennesimo “schiaffo politico”, meno vistoso ma altrettanto doloroso. Dopo aver perso Roma, aver litigato con Renzi, con Letta, con se stesso e pure con il caffè del mattino, stavolta ha scelto di sfilarsi in anticipo, evitando di prendersi un altro colpo in faccia.

Le elezioni regionali del 2025 saranno un test cruciale per capire se le coalizioni esistono davvero o solo sulla carta. Lazio e Campania, per storia, peso demografico e rilevanza strategica, rappresentano due banchi di prova per la classe dirigente nazionale. Il tempo dei tatticismi sta finendo. Chi non si presenterà con idee chiare e volti credibili, resterà fuori. E sarà giusto così.

Se fossimo un popolo maturo e pensante, pretenderemmo programmi veri, candidati trasparenti, coerenza tra parole e azioni. Non ci accontenteremmo di facce note o slogan riciclati. Voteremmo con la testa prima che con l’istinto, scegliendo chi ci parla da cittadini, non da tifosi.

Ma lo siamo davvero?

A giudicare dall’ultimo decennio di politiche spesso contraddittorie, alleanze ballerine, e candidature a volte più figlie di logiche familiari o di comode ripicche interne che di una reale visione per il futuro, la risposta è purtroppo no.

Il rischio è di continuare a girare in tondo, con la politica che somiglia sempre più a un reality show, dove il vero spettacolo è la confusione, e dove i protagonisti cambiano maschera ma non copione.

E mentre le urne si avvicinano, e la “maretta” continua a turbinare sotto la superficie delle alleanze, la domanda rimane aperta: quando sarà che smetteremo di farci prendere per il naso e inizieremo davvero a scegliere chi merita?

Fino ad allora, il mare resterà agitato, e noi… spettatori in attesa di un miracolo.

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