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Venerdì, 11 Settembre 2026 14:25

Tra la palude e le Torri: Meloni, Trump e il giorno in cui la storia non fa sconti

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«La storia non è altro che una lunga conversazione fra il presente e il passato.»
— E. H. Carr

Ci sono giornate nelle quali la politica sembra scritta da un autore satirico che, per eccesso di fantasia, verrebbe immediatamente licenziato. Eppure, proprio mentre il mondo ricorda i venticinque anni dall’11 settembre 2001, la realtà riesce ancora una volta a superare la caricatura.

Da una parte Giorgia Meloni, immersa fino alle ginocchia nella proverbiale “palude” della politica italiana. Dall’altra Donald Trump, che alla vigilia delle elezioni di medio termine sembra aver riscoperto una delle più antiche arti del potere: promettere qualcosa a tutti, possibilmente qualcosa che abbia molti zeri.
Trump promette migliaia di dollari agli americani se il suo partito conserverà il controllo del Congresso. La politica, insomma, si trasforma in una sorta di programma fedeltà: voti oggi, dividendo domani.

È difficile non sorridere.
Ma è un sorriso amaro.
Perché la politica contemporanea sembra aver trasformato il cittadino in un azionista a cui distribuire dividendi, mentre il voto diventa quasi la cedola necessaria per incassare il rendimento.
Una volta si promettevano riforme, infrastrutture, scuole, ospedali, lavoro, futuro.
Adesso arrivano i bonus.
E viene quasi da immaginare il prossimo slogan: «Non chiedete cosa potete fare per il vostro Paese. Chiedete quando arriva il bonifico».
La satira, però, finisce esattamente dove comincia la memoria.
Perché oggi non ricordiamo una trovata elettorale. Ricordiamo quasi tremila persone morte in poche ore.
Ricordiamo i passeggeri degli aerei, gli impiegati, i vigili del fuoco, i poliziotti, i soccorritori, i passanti, gli uomini e le donne che quella mattina uscirono di casa senza sapere che il mondo sarebbe cambiato per sempre.
Un quarto di secolo è trascorso da quella mattina. È abbastanza perché un bambino che allora non era ancora nato oggi possa essere adulto. È abbastanza perché una generazione intera abbia conosciuto l’11 settembre soprattutto attraverso fotografie, filmati, libri e racconti.

E proprio per questo bisogna stare attentissimi alle parole.
Circola ancora la vecchia teoria secondo cui gli ebrei che lavoravano nelle Torri Gemelle sarebbero stati preventivamente avvertiti e quindi sarebbero rimasti assenti quel giorno.

È una falsità.
Non è una spiegazione storica. È una leggenda complottista costruita su un pregiudizio antisemita.
Si può essere d’accordo o in disaccordo con Oriana Fallaci. Si possono discutere le sue analisi, contestare le sue conclusioni, rifiutare alcune delle sue interpretazioni.
Ma una cosa deve rimanere limpida: criticare il terrorismo islamista, discutere dell’islam politico o interrogarsi sulle responsabilità internazionali non autorizza nessuno a trasformare gli ebrei in un bersaglio collettivo.
Una tragedia non diventa più comprensibile aggiungendovi una menzogna.

Anzi, diventa più oscura.
Ed è proprio questo il problema della memoria: quando i fatti diventano lontani, il vuoto viene riempito dalle fantasie.
Ogni anniversario rischia di trasformarsi in una battaglia fra memoria e propaganda.
E qui torniamo all’Italia.
Giorgia Meloni parla di “palude”. Una parola perfetta, quasi letteraria, per descrivere una politica nella quale tutti dichiarano di voler cambiare le regole, ma nessuno sembra disposto a rinunciare ai vantaggi che quelle stesse regole garantiscono.

Le preferenze diventano così un campo di battaglia.
Da una parte chi sostiene che il cittadino debba poter scegliere direttamente i propri rappresentanti. Dall’altra chi difende sistemi nei quali la selezione delle candidature rimane fortemente nelle mani dei partiti.
E allora la domanda diventa inevitabile: quando una classe politica parla continuamente di liste, candidature, seggi, coalizioni, maggioranze e poltrone, quanto spazio rimane per la persona concreta che dovrebbe essere rappresentata?

Il cittadino rischia di diventare un numero.
Un voto.
Una preferenza.
Un sondaggio.
Un contribuente.
Un possibile destinatario di un bonus.
E mentre la politica combatte per le poltrone, la storia continua a ricordarci che esistono cose che nessuna poltrona può spiegare.
Il contrasto è quasi crudele.
Da una parte la politica che cerca continuamente di trasformare il cittadino in consenso.
Dall’altra la memoria che ci ricorda che ogni cittadino è una vita irripetibile.
Trump può promettere denaro.
Meloni può promettere riforme.
I partiti possono promettere nuove regole.

Ma nessuno può restituire una sola delle persone morte l’11 settembre.
Ed è questa, forse, la misura con cui dovremmo giudicare la politica.
Non dalla capacità di produrre slogan.
Non dalla quantità di applausi.
Non dalla ferocia con cui si attacca l’avversario.
Non dalla capacità di rimanere incollati a una poltrona.
Ma dalla capacità di non perdere il senso della realtà e, soprattutto, il senso dell’uomo.
Quella mattina la paura entrò nella vita di milioni di persone e cambiò il corso della storia.

Oggi una delle paure più profonde è che la memoria stessa venga trasformata in materiale elettorale, in propaganda, in complotto, in spettacolo.
Per questo il venticinquesimo anniversario delle Torri Gemelle dovrebbe essere soprattutto un giorno di silenzio.

Un silenzio nel quale Trump dovrebbe dimenticare per un momento i sondaggi.
Un silenzio nel quale Meloni dovrebbe dimenticare per un momento la palude.
Un silenzio nel quale noi dovremmo smettere, almeno per qualche ora, di chiederci chi vincerà le prossime elezioni e ricordare semplicemente chi quel giorno non tornò più a casa.
Perché la storia, alla fine, non ci chiederà quanti voti abbiamo preso.
Non ci chiederà quale partito abbiamo sostenuto.

Non ci chiederà quale leader abbiamo applaudito.
Ci chiederà soltanto se, davanti alle rovine, abbiamo avuto abbastanza umanità da non costruirne altre con le nostre parole.

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