La giustizia ha finalmente pronunciato una parola nel caso di Giulio Regeni: dieci anni di carcere a tre agenti dei servizi di sicurezza egiziani per il sequestro del giovane ricercatore italiano, mentre un quarto imputato è stato assolto. Ma proprio nel giorno in cui una Corte italiana riconosce penalmente responsabilità individuali riconducibili ad apparati dello Stato egiziano, arriva una frase del ministro degli Esteri Antonio Tajani destinata inevitabilmente ad aprire un'altra questione: «Non è stato condannato l'Egitto, sono state condannate tre persone».
La frase, sul piano strettamente giuridico, è difficilmente contestabile: un tribunale penale non condanna un Paese in quanto soggetto politico, ma persone fisiche alle quali attribuisce specifiche responsabilità penali. La sentenza è di primo grado, riguarda tre imputati e non può essere trasformata in una condanna giudiziaria dello Stato egiziano. È necessario dirlo con precisione.
Ma la politica non vive soltanto di formule giuridiche.
Ed è precisamente qui che nasce il problema.
Perché la sentenza non parla di tre cittadini egiziani scelti casualmente nella popolazione. Parla di tre ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani, processati per il sequestro di Giulio Regeni. I giudici hanno riconosciuto il sequestro e hanno individuato responsabilità penali in persone legate all'apparato di sicurezza egiziano. Il quarto imputato, anch'egli appartenente a quell'apparato, è stato assolto. L'accusa di omicidio non ha invece trovato, nei confronti degli imputati, elementi sufficienti per una condanna secondo il convincimento della Corte. Le motivazioni saranno decisive per comprendere pienamente il ragionamento giudiziario.
È dunque necessario evitare due errori opposti.
Il primo sarebbe sostenere che la sentenza abbia giuridicamente condannato lo Stato egiziano: non lo ha fatto.
Il secondo sarebbe utilizzare questa distinzione per suggerire che la vicenda non abbia alcuna dimensione istituzionale o politica: sarebbe altrettanto riduttivo.
Ed è qui che l'affermazione di Tajani diventa politicamente discutibile.
Il ministro ha ricordato la separazione dei poteri, ha sottolineato che la sentenza è di primo grado e ha dichiarato che «la giustizia farà il suo corso». Ha anche affermato che l'Italia ha sempre chiesto collaborazione alle autorità egiziane.
Tutto formalmente corretto.
Ma la domanda che resta sospesa è un'altra: che cosa farà la politica italiana con ciò che la giustizia italiana ha accertato?
Perché il problema Regeni non è soltanto stabilire se tre individui debbano essere condannati. È comprendere che cosa significhi, per uno Stato democratico, il fatto che un proprio cittadino sia stato sequestrato al Cairo e che, secondo la ricostruzione processuale accolta dalla Corte per le condanne pronunciate, tre ufficiali dei servizi di sicurezza egiziani siano responsabili di quel sequestro.
La storia giudiziaria di questo processo rende la questione ancora più grave.
Gli imputati non sono mai comparsi in aula. Il procedimento ha potuto proseguire in loro assenza dopo un intervento della Corte costituzionale, che nel 2023 ha reso possibile procedere in absentia in una situazione eccezionale legata ai delitti commessi mediante atti di tortura e alla mancata assistenza dello Stato di appartenenza degli imputati. Nel 2026 la stessa Corte costituzionale è nuovamente intervenuta sulle garanzie difensive relative ai consulenti tecnici degli imputati.
Questo dettaglio è fondamentale perché racconta una delle anomalie più dolorose dell'intera vicenda: l'Italia ha dovuto costruire, dentro il proprio ordinamento, gli strumenti necessari per celebrare un processo che non poteva svolgersi nelle condizioni ordinarie proprio perché mancava la collaborazione delle autorità egiziane.
La Corte costituzionale documenta inoltre che nel corso del procedimento è rimasta la situazione di mancata cooperazione egiziana e che una richiesta di assistenza giudiziaria italiana era stata respinta dalle autorità egiziane.
È difficile, davanti a questo quadro, ridurre la questione a una semplice separazione fra «tre persone» e «l'Egitto».
Non perché si debba sostituire una sentenza con un giudizio politico, ma perché una democrazia deve interrogarsi sulle conseguenze diplomatiche di ciò che accade quando le istituzioni giudiziarie di due Paesi non riescono a collaborare efficacemente per fare luce sulla morte di un loro cittadino.
La famiglia Regeni, attraverso la propria legale Alessandra Ballerini, ha chiesto una risposta politica più netta e, in particolare, la rottura dei rapporti con il Cairo. È una posizione della famiglia, non una conseguenza automatica della sentenza e va dunque distinta dalle determinazioni che spettano al governo.
Ma proprio qui emerge la responsabilità della politica.
Non necessariamente quella di rompere i rapporti diplomatici: una scelta simile comporterebbe conseguenze internazionali, economiche e strategiche che devono essere valutate pubblicamente e con criteri verificabili.
La responsabilità politica consiste piuttosto nel non permettere che la distinzione fra responsabilità penale individuale e responsabilità istituzionale diventi una scorciatoia per rimuovere il problema.
Il governo italiano ha infatti continuato a definire l'Egitto un partner strategico. Appena poche settimane prima della sentenza, il 4 settembre 2026, Tajani era stato al Cairo per una missione dedicata al rafforzamento del partenariato fra Italia ed Egitto, incontrando il presidente Abdel Fattah al-Sisi e il ministro degli Esteri egiziano. Il Ministero degli Esteri ha indicato fra gli obiettivi della missione la cooperazione regionale, la sicurezza, il contrasto al terrorismo e all'immigrazione irregolare, il Piano Mattei e il rafforzamento delle relazioni economiche. Il ministero ha inoltre ricordato che l'interscambio bilaterale aveva raggiunto 5,9 miliardi di euro nel 2025.
È legittimo che uno Stato persegua interessi diplomatici ed economici.
Ma proprio per questo occorre una domanda limpida: quale prezzo può avere la realpolitik quando sul tavolo c'è il corpo di un giovane cittadino italiano?
Questa domanda non richiede slogan. Richiede trasparenza.
E soprattutto richiede che Giulio non diventi una parentesi nelle relazioni internazionali.
Perché Giulio Regeni non era soltanto una vittima di un procedimento giudiziario. Era un ricercatore, un giovane italiano che si trovava in Egitto per studiare. La sua morte ha prodotto dieci anni di indagini, controversie diplomatiche, ostacoli processuali e una ricerca della verità condotta fra Roma e il Cairo.
Il procuratore di Roma Francesco Lo Voi, commentando la sentenza, ha parlato di un impianto accusatorio sostanzialmente retto e ha sottolineato che il risultato è stato raggiunto nonostante una collaborazione egiziana giudicata non proficua.
Queste parole meritano attenzione.
Perché una cosa è dire che non si può giuridicamente condannare «l'Egitto». Un'altra è riconoscere che le istituzioni italiane hanno incontrato ostacoli nella cooperazione con le autorità egiziane.
La differenza è enorme.
Ed è proprio dentro questa differenza che dovrebbe collocarsi una politica estera degna di una democrazia.
Non servono dichiarazioni incendiarie. Non serve neppure trasformare il dolore della famiglia in una bandiera di parte. Serve piuttosto la capacità dello Stato italiano di dire con chiarezza che la cooperazione internazionale non può significare rinuncia alla ricerca della verità, che i rapporti economici non possono cancellare la memoria di un cittadino ucciso e che la parola «partner» non può diventare sinonimo di immunità politica.
La sentenza di Roma non chiude il caso Regeni.
È una sentenza di primo grado. Le motivazioni dovranno essere lette. Potranno esserci impugnazioni e ulteriori gradi di giudizio. Uno dei quattro imputati è stato assolto. L'accusa di omicidio non ha portato a una condanna. Tutto questo deve essere rispettato senza scorciatoie emotive.
Ma proprio perché la giustizia ha i suoi tempi, la politica ha il dovere di interrogarsi sui propri.
La questione, allora, non è se Tajani abbia tecnicamente detto una cosa corretta quando ha ricordato che sono state condannate tre persone e non l'Egitto.
La questione è ciò che quella frase lascia fuori.
Lascia fuori il rapporto fra quelle persone e un apparato statale.
Lascia fuori la mancata collaborazione giudiziaria denunciata nel corso degli anni.
Lascia fuori il significato diplomatico di una vicenda che ha coinvolto direttamente apparati di sicurezza egiziani.
Lascia fuori, soprattutto, la domanda che da dieci anni accompagna la famiglia Regeni: quanto vale, per lo Stato italiano, la vita di un suo cittadino quando la verità entra in conflitto con interessi strategici, economici e diplomatici?
Questa non è una domanda contro l'Egitto.
È una domanda rivolta all'Italia.
Ed è una domanda che dovrebbe rimanere aperta anche quando i riflettori si spegneranno.
Perché l'indignazione può essere un sentimento sincero, ma non basta. La memoria non basta. Nemmeno una condanna, se non è concretamente eseguibile, può rappresentare da sola il compimento della giustizia.
La vera misura sarà nella capacità delle istituzioni italiane di non considerare conclusa la propria responsabilità con la pronuncia di una Corte.
Tre persone sono state condannate.
Un quarto è stato assolto.
Ma Giulio non è stato restituito alla sua famiglia, e la verità giudiziaria non coincide ancora con una piena risposta politica e istituzionale.
Ed è forse proprio questo il punto più doloroso.
Non indignarsi soltanto perché una sentenza appare insufficiente.
Non indignarsi soltanto perché un ministro sceglie parole prudenti.
Ma pretendere che, dopo dieci anni, ogni istituzione italiana dica con chiarezza quali siano gli obiettivi, quali gli strumenti e quali i limiti della propria politica nei confronti dell'Egitto.
Perché la diplomazia può costruire ponti.
L'economia può creare interessi comuni.
La politica può cercare compromessi.
Ma uno Stato democratico dovrebbe sapere che esistono momenti nei quali la memoria di un proprio cittadino ucciso diventa essa stessa una questione di Stato.
E Giulio Regeni è uno di quei momenti.



