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L’OSSESSO di Alessandra Prospero

Racconti

Insolitamente, a volte capita che, nella patria del divertimento estivo per antonomasia, si avverta per una sera il desiderio di fuggire dal delirio di decibel, colori e cocktail dai nomi esotici e di andare a respirare un po’ di sana e refrigerante aria notturna cittadina, invece del solito stordente mix di profumi e dopobarba appartenenti ai mille volti della calca che occupa i marciapiedi del lungomare.

 

 

Decidemmo così di dirigerci in centro, assecondando la sana tendenza controcorrente di evadere per poter trovare finalmente parcheggio in breve tempo, senza penare troppo, e per poter alfine goderci una passeggiata rilassante tra le vie principali della città.

La vista della facciata del Tempio Malatestiano fu sufficiente a non farci pentire del nostro programma serale: una simile, imponente meraviglia resa ancor più solenne da un affascinante gioco di luci ed ombre cittadine.

Signorile e silente come l’intero centro, abbagliato a tratti da vetrine lussuose e animato da una o due isolette sonanti di giovani complessi jazz dal sound già maturo.

Dopo una splendida serata trascorsa tra viuzze, vicoli e piazze, ci sembrò arrivato il momento di raggiungere la nostra vettura per tornare in albergo. Avevamo parcheggiato nella stradina laterale di un hotel internazionale e mentre ne ammiravamo l’insegna ci colpì repentinamente una scena a pochi metri da noi: un signore di mezza età era aggrappato alla grata della finestra del primo piano dall’esterno e tirava verso di sé le sbarre della grata con quanta forza aveva in corpo, quasi a volerle divellere dal muro.

Sulle prime ci sembrò un vano e grottesco tentativo di un inquilino rimasto fuori casa ma dopo pochi secondi l’uomo si spostò andandosi a fermare sotto un’altra finestra dello stesso appartamento; fu allora che iniziò ad inveire contro la seconda grata con movimenti perentori ma ripetitivi…

Ci accorgemmo però del fatto che non aveva un interlocutore e che anzi, cambiava la sua postazione sotto una finestra o l’altra ogni due minuti circa. Eppure la seconda finestra era aperta e illuminata, chiunque vi fosse stato dietro, non poteva non accorgersi o non aver udito.

Era una situazione quantomeno strana, per non dire inquietante, sebbene in principio avesse suscitato la nostra ilarità. Ad ogni modo, lasciammo l’uomo al suo soliloquio e ce ne andammo.

Il pensiero dell’uomo aggrappato alla grata svanì nell’arco di qualche minuto, man mano che dal centro ci spostavamo verso il lungomare con la sua movida e i suoi colori brillanti. Come tutte le quotidiane contingenze esterne, quell’immagine grottesca si affievoliva fino a scomparire.

La stessa tornò alla mente repentinamente e non senza un pizzico di rinnovata ilarità due sere dopo quando accompagnammo una nostra amica a fare shopping notturno nella libreria più fornita della città. Nel transitare per la via attigua all’hotel internazionale, lo scorgemmo nuovamente: egli era ancora lì, sotto la grata della prima finestra che cercava di divellere le sbarre con scatti alternati.

Di fronte allo stupore della nostra amica, raccontammo di essere già stati testimoni della strana scena qualche sera prima, tra il serio e il faceto, non rendendoci conto in realtà se si trattasse di un episodio (anche involontariamente comico) o di una situazione d’emergenza.

L’uomo continuava a manifestare però comportamenti ossessivi e stereotipati, sempre sotto le stesse due finestre: si spostava da una finestra all’altra aggrappandosi alla grata e lanciando ordini incomprensibili a un fantomatico interlocutore.

A questo punto era indubbio che la situazione non rientrasse nei ranghi della “normalità” sebbene tale parola sia foriera spesso di discriminazioni gratuite e sciocche. Pensai per tutta la serata all’uomo, perfino mentre passavo in rassegna lo scaffale con i libri di Camilleri tradotti in tedesco, abbinamento quantomeno inconsueto…

Cosa poteva aver scatenato quell’ossessività? E a chi si rivolgeva? Chi dunque si celava dietro quella finestra? Possibile che nessuno si fosse degnato finora di scostare imposte e vetri e sincerarsi delle motivazioni che lo spingevano ad ululare a una grata?

Le mie domande ovviamente non avrebbero ottenuto risposta ma confidavo nel potere consolatorio di Camilleri e di un Montalbano con piglio teutonico…

La vacanza era agli sgoccioli purtroppo e dovevo ammettere che, dopo un anno così impegnativo, mi costava molto dire addio a quei tramonti in spiaggia, alle passeggiate in riva al mare, ai lunghi bagni tonificanti e all’estremo calore della riviera romagnola.

Per aiutarci ad alleviare il nostro commiato da quegli splendidi luoghi pieni di vita, la sera prima di partire una coppia di amici del posto ci invitò per un gelato nella rinomata gelateria del centro. Avrei preferito rimanere sulla promenade ma la compagnia degli amici è preferibile a qualsiasi ambientazione.

Ci vennero a prendere con la loro auto e ci dirigemmo alla volta della parte interna della città. Il caso volle che i nostri amici parcheggiarono nella stessa via che costeggiava l’hotel internazionale, a noi ormai nota. E immancabilmente sul marciapiede, sotto la finestra con la grata c’era lo strano uomo. Stesso abbigliamento dei giorni precedenti, stessi occhiali dalla montatura leggera, stessi movimenti stereotipati e solito balletto sotto le due finestre.

Mi ritrovai senza accorgermene a fissarlo ancora una volta per un tempo indefinito mentre la mia curiosità riguardo la sorte di quell’uomo tornava prepotentemente a bussare alla mia coscienza.

Il nostro amico Roberto mi parlò, come intuendo i mie i pensieri:

  • Non spaventarti, è un signore innocuo –

Non ne dubitavo ma mi sembrava una persona sofferente, a suo modo. Gli chiesi se conoscesse la sua storia. Roberto ci spiegò che quel signore di mezza età con gli occhiali e un gilet beige era un geometra in pensione e per tutta la vita era stato una persona a modo e un gran lavoratore. Abitava da pochi anni a due isolati da quel palazzo.

  • Come mai allora è sempre davanti a queste finestre? Chi abita qui? – chiesi.

  • Nessuno di sua conoscenza – fu la risposta.

La mia espressione interrogativa meritava una spiegazione più esaustiva. Roberto ci raccontò che tre anni prima era rimasto vedovo a causa di un brutto male che si era portato via la sua compagna di vita in soli sei mesi. Da allora non si era rassegnato e, in una sorta di transfert, aveva iniziato a tornare nel luogo che più gli ricordava sua moglie, il palazzo in cui avevano vissuto per vent’anni. Tutte le sere si recava davanti al palazzo e iniziava quel malinconico e grottesco balletto sotto le due finestre nella convinzione che la donna della sua vita non volesse più aprirgli, lasciandolo fuori casa.

I nuovi inquilini conoscevano la sua storia e quindi non si allarmavano quando lo udivano arrivare, anzi, avevano iniziato ad usargli la cortesia, anche d’estate, di non spalancare completamente le finestre ma lasciarle aperte a metà, in modo tale che egli non potesse scorgere altre persone nella cucina, al posto della sua amata.

Chi abitava in zona ormai conosceva quella storia fatta di dolore e tenerezza e per loro le visite serali del vedovo erano divenute una consuetudine.

E l’ex geometra, ancora innamorato della donna che aveva scelto per la vita, non essendo riuscito a rassegnarsi ad un lutto così grave e improvviso, aveva preferito nel suo inconscio scambiare quella terribile assenza per un’eterna scaramuccia tra coniugi piuttosto che per l’impossibilità, fino alla fine dei suoi giorni, di risvegliarsi ancora con lei.

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