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PER IL NEONATO: L'INIZIO di UNA VIA CRUCIS O UN INVITO AL BANCHETTO DELLA VITA?

Racconti/riflessioni sulla vita

di Enrico Gambacorta
Il problema è esistenziale. Esso non va affrontato con i “bollenti spiriti ed i giovanili ardori”. Certo festeggiare una nascita con la proiezione di una via crucis non è auspicabile. E' meglio accogliere il bambino con un invito al banchetto della vita. Perché non volersi bene e, quindi, non cimentarsi in proposito?

 

 

Volersi bene è un diritto dovere. Si tratta di una esigenza umana e primordiale da cui scaturisce il nostro benessere, il bene di tutti e di quanto ci circonda. Diceva il dotto e santo Tommaso D'Aquino: “bonum est diffusivum sui” (il bene si diffonde).
Un sano egoismo o la filosofia del tornaconto, da non confondere con lo sfruttamento, fa star bene, rende felici e la gioia si trasmette a chi ci circonda, parenti, amici e non. Il buon umore è un dovere, Il Calvario non lo si augura a nessuno.

Ma come raggiungere questo status, questo tipo di benessere? Impegnandoci a conoscere noi stessi (compos sui), a cercare di essere quello che siamo. Porsi un obiettivo, l'unico: accettare e partecipare al banchetto della vita. Tenendo presente che “il perder tempo a chi più sa più spiace” (Dante Alighieri).

Sarebbe orribile lasciare gli istinti a briglia sciolte. Gli impulsi vanno controllati e soddisfatti. Gli antichi Greci insistevano:”astieniti dalle passioni”. Occupiamo il cervello ad elaborare la regia che più si addice alla nostra persona. Una volta dissodato il terreno su cui lavorare e conosciuto noi stessi cerchiamo di realizzare quello che ci siamo proposto secondo la scala delle priorità. Impresa non facile ma possibile poiché e purtroppo, ”imperare sibi maximun imperium est” (comandare a se stessi è il massimo imperio, (Seneca, a Lucilio CXII.30). A volte, noi possediamo tante cose ma di altri ma non possediamo noi stessi, non ne siamo padroni, (self-empowerment). “Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro ma neanche del tutto non nostro” (Epicuro, lettera sulla felicità, a Meneceo).

Siamo esseri che vivono in relazione Esistiamo perché gli altri ci notano. La relazione ed il modo di relazionarci è vitale per ognuno di noi. Ma come ci manifestiamo? Gli esperti dicono che il 55% con il linguaggio del corpo (comunicazione non verbale), il 45% con la voce e di questo 45% solo il 7% trasmesso dalle parole, il resto, il 38%, è trasmesso dal tono, dal ritmo e dal volume di esse.
Premesso che “bisogna desiderare per il prossimo ciò che desideriamo per noi stessi e che non dobbiamo fare ad altri quello che non verremmo vedere imposto a noi”. Questo insegnava Confucio già dal VI° secolo a.C. Cerca di scoprire il bello che è dietro di te, di chi ti circonda e della Natura di cui sei parte integrante. Il bello esiste, basta vederlo sotto la giusta luce. La bellezza e il bene sono strettamente soggettivi (Benedetto Croce). A volte, il piacevole è dietro l'angolo. Le cose possono essere vissute da più punti di vista. Godi anche, e soprattutto, di ciò che non costa nulla. Evita i sacrifici inutili. Se ne fanno tanti. Evita chi ostenta tanta generosità, di non essere né invidioso e né geloso. Gente che cova dentro tutto il contrario.

Con chi ti sta più vicino comparti tutto e solo il positivo e cerca di bandire, ad ogni costo, la micro-conflittualità giornaliera: è micidiale. “Gutta cavat lapidem” (la goccia buca la pietra). Non dimenticare che il partner lo hai scelto tu, liberamente, e che, pertanto, un po' devi sopportarlo come l'altro dovrà sopportare te. Non lambiccarti il cervello per offrire al tuo partner cosa che egli non desidera; se, invece, egli tiene molto a qualcosa che tu non condividi ma ti costa poco o niente, accontentalo: ne trarrai un vantaggio. Ogni tipo di relazione, la vita è e deve essere costituita da uno scambio più o meno bilanciato. Si scambiano denaro, prestanza fisica, emozioni, affetti, sentimenti, valori morali, fascino. Si dà ciò che si ha e si riceve ciò di cui si ha bisogno. Da notare che i relativi apprezzamenti sono assolutamente soggettivi. Qualora questo scambio diventasse troppo squilibrato il rapporto si inquinerebbe poiché si configurerebbero due odiose figure: lo sfruttatore e lo sfruttato. Rapporto che difficilmente sussisterebbe a lungo. Nessuno è condannato a subire in questa terrena esperienza.
Non possiamo permetterci di essere stupidi e nemmeno di fare gli stupidi. E' pericolosissimo.
Cercare di debellare i pregiudizi, i tabù. Diceva Einstein è più facile spezzare una cellula che liberarsi di un pregiudizio.
Non agire o fare cose perché lo fanno tutti; non è un motivo sufficiente. L'omologazione è da evitare, assomiglia alle pecore che vanno tutte insieme e non consente distinzione alcuna. L'evidenziarsi dagli altri, a cui tutti teniamo fin dai primi anni di vita anche se nessuno lo ammette, è una tendenza, un'aspirazione giusta e naturale. La Natura ha fatto gli esseri umani, tre miliardi e trecento milioni, ognuno diverso dall'altro. Allora perché omologarsi?
Il cervello deve gestire anche il fisico, che costituisce il suo supporto . Esso ha bisogno di essere nutrito bene, di esercitarsi, di migliorarsi. Suggestionando la mente subcosciente (il sistema simpatico) riesce, naturalmente, a guarire, in parte, il nostro fisico.
Conclusione. A fronte del mistero che incombe sul passato e sul futuro di questa realtà fenomenica (Einstein) è più opportuno ricordare Giovanni Pascoli:”Uomini nella truce ora dei lupi, pensate all'ombra del destino ignoto che ne circonda, e ai silenzi cupi che regna oltre il breve suon del moto vostro” o tenere presente, piuttosto, Lorenzo de Medici, detto il Magnifico: “Quanto è bella giovinezza che si fugge tuttavia! chi vuol esser lieto, sia di doman non c'è certezza”?

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