Il primo giorno dell'anno scolastico in Russia è chiamato "Primo settembre" o "Giorno della conoscenza". I bambini, accompagnati dai genitori e spesso da altri parenti, presenziano ad una cerimonia di apertura ospitati dalla scuola. Secondo la tradizione, gli studenti del primo anno donano un fiore a quelli che accedono all'anno finale e vengono quindi accompagnati nelle loro classi dai ragazzi più anziani.
Quel giorno di gioia e letizia per la comunità, improvvisamente, iniziò un massacro che fu consumato fra il 1º e il 3 settembre 2004 proprio nella scuola Numero 1 di Beslan, nell'Ossezia del Nord, una repubblica autonoma nella regione del Caucaso.
Un Commando di 32 terroristi armati, con il volto coperto da passamontagna, dotati di cinture esplosive, giunse all'edificio utilizzando due mezzi di trasporto, un furgone precedentemente rubato alla polizia e un secondo furgone militare, e prese d'assalto la scuola.
Erano fondamentalisti islamici e separatisti ceceni, riferiranno dopo le autorità: il gruppo occupò l'edificio scolastico sequestrando 1.200 persone fra adulti e bambini. Si pensa che i terroristi abbiano scelto questo giorno particolare per avere maggiore visibilità. A causa della ricorrenza dell'apertura dell'anno scolastico, il numero di persone nella scuola al momento dell'irruzione era considerevolmente più alto rispetto ad un normale giorno scolastico.
Era uno dei 7 istituti scolastici presenti nella cittadina, 59 insegnanti, diverse persone dello staff e 900 studenti di età compresa fra 6 e 18 anni. Vennero chiusi nella palestra, tutti i 1.200 ostaggi per 56 ore, misurava 25 metri in lunghezza per 10 in larghezza. Durante il caos iniziale, 65 persone riuscirono a sfruttare la confusione per fuggire ed allertare così le autorità.
Cominciò così un assedio di due giorni.
Il commando urlò le regole: nessuno doveva parlare se non chiamato a farlo e tutti dovevano parlare in russo. Poi uccise 22 ostaggi e i corpi furono gettati dalla finestra in segno di dimostrazione verso la polizia, obbligò i bambini a ripulire il sangue dal pavimento. Per scoraggiare qualsiasi tentativo di intervento della polizia, il commando minacciò di uccidere 50 ostaggi per ogni loro membro ucciso dalla polizia e di uccidere 20 ostaggi per ogni loro compagno ferito. Minacciarono inoltre di far esplodere l'intera struttura scolastica se il governo russo avesse forzato il blitz della polizia.
Gli ostaggi furono lasciati senza cibo, acqua e medicine, ammassati in palestra, la temperatura iniziava a toccare soglie insopportabili, li fecero spogliare e bagnavano la testa di tanto in tanto. Alcuni ostaggi furono costretti a bere urina.
Nel pomeriggio, il commando acconsentì di rilasciare ventisei persone (undici donne e relativi figli) dopo le trattative avute con il presidente della Repubblica di Inguscezia Ruslan Aušev.
Molti momenti di questa storia rimangono ancora oscuri, come l'esplosioni che fece crollare un muro permettendo a trenta ostaggi di scappare, dando inizio lo scambio a fuoco con la polizia. Un giornalista perse un occhio in un'esplosione, morirono due medici entrati per soccorrere chi si sentiva male, a seguito di una sparatoria.
Durante l'assalto che permise l'avanzata delle forze speciali, alcuni terroristi riuscirono a scappare sfruttando la confusione, cambiandosi i vestiti con ostaggi o soccorritori. La polizia li inseguì con gli elicotteri.
Due donne, vestite di nero ed imbottite di esplosivi, cercarono di inseguire alcuni bambini in fuga e farsi saltare in aria con loro, senza riuscire nel loro intento. Quando le forze speciali russe fecero irruzione, ebbe inizio un massacro che causò la morte di più di trecento persone, 186 erano minori, ed oltre 700 feriti.
31 dei 32 sequestratori furono uccisi e uno catturato vivo, due di loro furono linciati dai genitori dei bambini.
Dopo l'esplosione il fuoco divampò nella palestra. Un vecchio furgone dei vigili del fuoco locali arrivò quasi due ore dopo lo scoppio dell'incendio e, secondo alcune testimonianze, senza acqua. Poche erano le ambulanze sul posto, centinaia i feriti. Molti dei sopravvissuti rimasero sotto shock, altri gravemente feriti, altri ancora morirono in ospedale. Una donna sopravvissuta si suicidò una volta fatto ritorno a casa.
Una volta liberata la scuola furono appese ai muri della palestra le foto dei bambini deceduti. Molte persone del posto che, alcuni giorni dopo la fine dell'assedio, non sapevano se i loro figli fossero vivi o morti. Resti umani furono ritrovati in zona mesi successivi alla strage, suscitando sdegno e dolore. Durante i combattimenti, 11 soldati delle forze speciali furono uccisi, fra cui il comandante del gruppo Alpha, e più di 30 soldati rimasero feriti.
La condanna della Corte Europea dei diritti dell'uomo
Il 26 giugno 2007 89 parenti delle vittime presentarono una denuncia comune contro la Russia alla Corte europea dei diritti dell'uomo. I richiedenti sostenevano che i loro diritti fossero stati violati sia durante il sequestro delle persone che durante il processo che seguì. La sezione competente della Corte europea dei diritti dell'uomo il 13 aprile 2017 ha depositato una sentenza che condanna la Federazione russa a pagare 3 milioni di euro perché non prese misure adeguate per prevenire l'assedio nella scuola; la Corte ha inoltre accusato Mosca per "le serie deficienze nella pianificazione e nel controllo dell'operazione" di salvataggio che "in qualche misura hanno contribuito al tragico epilogo", per l'uso sproporzionato di armi letali e perché l'inchiesta successiva, condotta dalle autorità russe, non è stata neppure in grado di stabilire se l'uso della forza fosse giustificato in quelle circostanze.
Le ombre
I negoziatori russi riportarono che i sequestratori non fornirono mai durante le trattative delle richieste ben precise, anche se gli inquirenti trovarono un foglio scritto a mano da uno degli ostaggi in cui spiegavano nei dettagli le loro richieste, fra le quali quella di riconoscere l'indipendenza della Cecenia e ritirare le truppe dal territorio.
32 persone parteciparono direttamente al sequestro, due erano donne e una di loro fu catturata viva. Gli ostaggi sopravvissuti e alcuni testimoni sostengono fossero molti di più. Numeri ufficiosi vanno da 32 ad un massimo di 52 elementi, con quattro donne di cui tre catturate vive.
Il 3 settembre è stato proclamato, in Ossezia, giornata di lutto nazionale.
Nel cimitero dove sono sepolti gli ostaggi è stato costruito un memoriale chiamato "Albero del dolore".



