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Lunedì, 12 Gennaio 2026 19:25

Iran in fiamme: il crepuscolo degli ayatollah e l’ombra del trono del pavone

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​"Quando l'ingiustizia diventa legge, la resistenza diventa dovere."

— Thomas Jefferson


​L'Iran sta attraversando quella che appare come la crisi più profonda e irreversibile dalla rivoluzione del millenovecentosettantanove. Mentre le strade di Teheran, Mashhad e Tabriz si trasformano in campi di battaglia, il regime teocratico guidato dalla Guida Suprema Alì Khamenei risponde con una strategia duale: il piombo nelle piazze e il silenzio elettronico nel cyberspazio. Ma il "blackout selettivo" imposto dal governo, volto a proiettare immagini di una nazione pacificata attraverso i media di Stato, sta fallendo di fronte alla realtà brutale che filtra dai pochi canali ancora aperti. Gli ospedali sono al collasso, le sigle sindacali iniziano a incrociare le braccia e, per la prima volta in decenni, il fantasma della monarchia torna a scuotere le fondamenta della Repubblica Islamica.
​Lo scontro di civiltà: integralismo religioso contro turbo-capitalismo

​Al cuore della rivolta non vi è solo una questione politica, ma un conflitto ontologico tra due visioni del mondo inconciliabili. Da un lato, l'integralismo religioso degli ayatollah, che per decenni ha cercato di imporre una società basata sulla purezza dottrinale, il controllo dei corpi e il rifiuto dei valori occidentali, trasformando la fede in uno strumento di oppressione statale. Dall'altro, la spinta prepotente delle nuove generazioni iraniane verso il turbo-capitalismo e la globalizzazione.

​I giovani di Teheran non chiedono solo la fine del velo obbligatorio; bramano l'integrazione nel sistema dei consumi globale, l'accesso libero alle piattaforme digitali e un modello economico basato sul merito e sull'iniziativa privata, lontano dalle fondazioni religiose che controllano gran parte della ricchezza nazionale. Questo desiderio di modernità estrema è visto dal regime come la forma massima di corruzione morale, ma per i manifestanti rappresenta l'unica via di fuga da una prigione ideologica.
​Il ritorno di Reza Pahlavi: la guida della transizione

​In questo scenario di caos emerge con una forza senza precedenti la figura di Reza Pahlavi, il figlio dell’ultimo Scià di Persia. Per anni rimasto nell'ombra dell'esilio, oggi Pahlavi è diventato il punto di riferimento di una coalizione eterogenea che va dai monarchici nostalgici ai liberali laici, fino ai lavoratori stremati. La sua posizione non è quella di un autocrate che reclama il trono, ma quella di un facilitatore per la democrazia.

​Il piano di Reza Pahlavi si poggia su pilastri di estrema concretezza:

​La fine della Teocrazia: L'abolizione immediata del principio del Velayat-e Faqih (il governo del giurista islamico) per restituire la sovranità al popolo.
​Un Governo di Unità Nazionale: Pahlavi propone un comitato di transizione che includa tecnici, dissidenti interni e leader delle proteste per evitare il vuoto di potere che ha devastato altri paesi della regione.
​Relazioni Internazionali Pragmatiche: La promessa di riportare l'Iran nel consesso delle nazioni civili, ponendo fine all'isolamento e ristabilendo i legami con l'Occidente.

​Crepe nel muro: il dilemma dei Pasdaran e dei Basij

​La tenuta dei Pasdaran è l'incognita maggiore. Sebbene i vertici siano legati al regime, i soldati semplici e gli ufficiali di medio grado vedono i propri familiari subire la repressione. Esistono segnali di contatti tra fazioni nazionaliste dei militari e l'entourage di Pahlavi. La scommessa è che l'esercito ideologico preferisca un accordo che garantisca la loro incolumità piuttosto che affondare con gli ayatollah. Senza il sostegno compatto delle forze di sicurezza, il regime di Khamenei perderebbe la sua unica vera colonna portante.
​Le vere intenzioni di Washington e Israele: l'asse contro Pechino

​A Washington e Tel Aviv le sale operative sono in stato di allerta massima. Le intenzioni delle due potenze non sono solo locali, ma si inseriscono in una visione di egemonia globale contro l'ascesa dei BRICS.

​Per Donald Trump, la caduta di Teheran è il grimaldello per scardinare l'asse eurasiatico. Gli Stati Uniti puntano all'asfissia economica tramite il sequestro delle petroliere e a una lista di obiettivi militari mirati a distruggere la capacità repressiva dei Basij. Israele, dal canto suo, vede l'opportunità di eliminare la minaccia di Hezbollah alla radice, colpendo direttamente il centro di comando iraniano e privando i suoi nemici del supporto finanziario e logistico.
​La guerra vera: Usa e Israele contro Cina e BRICS

​Siamo di fronte all'inizio di una guerra vera, dove l'Iran è il primo campo di battaglia di un conflitto mondiale più ampio. Da un lato il blocco a guida statunitense e israeliana, intenzionato a mantenere il primato del dollaro; dall'altro la Cina e il blocco dei BRICS, che vedono nella stabilità del regime iraniano la garanzia per il proprio approvvigionamento di risorse.

​L'Iran è il principale fornitore di energia e partner strategico di Pechino. Abbattere il regime degli ayatollah e favorire il ritorno di un governo vicino a Reza Pahlavi significa per Washington togliere alla Cina il suo principale avamposto in Medio Oriente, mettendo in crisi l'intera architettura della Nuova Via della Seta. La Russia di Vladimir Putin vede nell'Iran un alleato militare essenziale e potrebbe intervenire fornendo tecnologie di difesa per impedire il crollo di Teheran.
​Lo shock economico: lo Stretto di Hormuz

​Il possibile sabotaggio dello Stretto di Hormuz da parte di un regime agonizzante rappresenta la minaccia nucleare per l'economia mondiale. Con il transito di una quota enorme del petrolio mondiale, una sua chiusura porterebbe i prezzi del greggio a livelli mai visti, innescando un'inflazione globale che colpirebbe duramente le popolazioni civili in ogni continente. È questo l'ostaggio che il regime tiene in mano per scongiurare l'attacco finale.
​Conclusione: un nuovo ordine mondiale

​L'Iran è oggi il punto di rottura di un equilibrio durato decenni. La convergenza tra la spinta interna per la libertà, il piano di Reza Pahlavi e la pressione militare di USA e Israele sta creando un cambiamento tettonico. Se il regime cadrà, non cadrà solo un governo, ma l'intero paradigma geopolitico che vede l'Islam politico contrapporsi al sistema globale. La lotta tra l'integralismo e il turbo-capitalismo è l'anticamera di un nuovo ordine mondiale, dove il destino di Teheran deciderà chi guiderà il secolo venturo.

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