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Mercoledì, 21 Gennaio 2026 17:28

L'ultimatum di ghiaccio: il nuovo ordine secondo Trump

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​"Non ci può essere pace nel mondo finché ogni nazione non avrà i propri confini ben definiti e la forza necessaria per difenderli."

— Robert Frost


​In un’atmosfera carica di una tensione palpabile, che molti osservatori hanno definito l'ora della verità per l'equilibrio globale, Donald Trump è tornato sul palco del World Economic Forum. Non è stato un discorso di circostanza, né il classico intervento volto a rassicurare i mercati. Davanti all'élite finanziaria e politica mondiale, raccolta tra le nevi delle Alpi svizzere, il 47° Presidente degli Stati Uniti ha delineato una visione del mondo radicale, dove la diplomazia tradizionale fatta di protocolli e multilateralismo cede definitivamente il passo a una realpolitik muscolare e transazionale. Il suo intervento si è snodato su tre pilastri fondamentali: l'espansione territoriale come asset di sicurezza, il protezionismo tecnologico aggressivo e una revisione senza precedenti delle alleanze storiche occidentali.


​La dottrina Groenlandia e il peso dei nuovi negoziati territoriali

​Il punto focale che ha monopolizzato l'attenzione dei delegati e dei commentatori internazionali è stata la questione della Groenlandia. Trump ha riacceso con vigore la sua storica ambizione di acquisire l'isola, definendola oggi non più un desiderio, ma un asset strategicamente vitale per la sopravvivenza del Nord America nel nuovo secolo. Il Presidente ha chiarito che, sebbene non intenda ricorrere all'uso della forza, la cooperazione degli alleati europei è considerata un requisito imprescindibile per mantenere buoni rapporti commerciali e diplomatici.

​L'avvertimento lanciato alla Danimarca e ai vertici della NATO è stato di una freddezza chirurgica: la costruzione del sistema missilistico "Golden Dome" (la Cupola d’Oro) sul suolo groenlandese non è un argomento trattabile. Nella visione della Casa Bianca, la Groenlandia ha cessato di essere un territorio sovrano distante per diventare una necessità di sicurezza nazionale americana, un avamposto critico nello scacchiere artico, ormai divenuto la nuova frontiera dello scontro con Russia e Cina. Trump ha presentato l'acquisizione come un "affare del secolo" che porterebbe enormi benefici economici anche alle popolazioni locali, ma il sottotesto è apparso chiaramente come un ultimatum strategico: o con l'America, o fuori dalla sua protezione.


​Europa tra dichiarazioni d’affetto e critica feroce

​Il Presidente ha poi rivolto lo sguardo ai leader europei seduti in platea, alternando dichiarazioni di vicinanza culturale a critiche di una durezza inedita. Ha descritto un'Europa indebolita, a suo dire "irriconoscibile", vittima di flussi migratori fuori controllo e di politiche ambientali definite "punitive e suicide" per il tessuto industriale. Trump ha apertamente deriso il Green Deal europeo, contrapponendolo al boom energetico americano basato sull'estrazione di idrocarburi e sul nucleare di nuova generazione.

​Il messaggio alla NATO è stato il culmine di questa pressione. Pur confermando ufficialmente il sostegno all'Alleanza, Trump ha introdotto il concetto di "protezione condizionata". Ha sollevato dubbi sulla reale reciprocità dei partner, ribadendo con forza la necessità che ogni stato membro porti la spesa militare al 5% del PIL entro l'anno prossimo. L'obiettivo dichiarato è quello di sollevare il contribuente americano dal peso della difesa globale, trasformando di fatto la struttura difensiva transatlantica in un sistema più snello, privatizzato e orientato all'acquisto di tecnologia bellica statunitense. Chi non paga, ha lasciato intendere il Presidente, dovrà provvedere da sé alla propria sicurezza.


​La sfida dell'intelligenza artificiale e la nuova guida economica

​Spostando il focus sull'economia, Trump ha celebrato la crescita degli Stati Uniti, descrivendo l'America come il motore indiscusso e solitario del pianeta. Ha lanciato una sfida aperta alla Cina per la supremazia tecnologica, ma ha riservato parole dure anche per la Silicon Valley e i suoi legami con le potenze straniere. Ha proclamato la leadership americana assoluta nel campo dell'intelligenza artificiale, scagliandosi contro le regolamentazioni europee che, a suo avviso, sono nate solo per mascherare un profondo ritardo innovativo.

​Per la Casa Bianca, l'IA deve essere considerata uno strumento di efficienza pura, di dominio militare e di proiezione di potenza economica, senza i "freni etici o burocratici" che ne rallentano lo sviluppo nel resto del mondo. Trump ha proposto un modello in cui le grandi aziende tecnologiche collaborano direttamente con lo Stato per garantire la sicurezza nazionale, in cambio di una deregulation totale. "La corsa all'IA è come la corsa allo spazio", ha affermato, "e non lasceremo che a vincerla siano nazioni che non condividono i nostri interessi".


​Il consiglio per la pace e il superamento delle vecchie istituzioni

​L'annuncio più dirompente del discorso è stato però quello relativo alla creazione del "Board of Peace" (Consiglio per la Pace), un nuovo organismo internazionale sotto l'egida americana volto alla risoluzione dei conflitti in Ucraina e a Gaza. Questa mossa è interpretata come un tentativo diretto di svuotare di significato le Nazioni Unite, giudicate da Trump "un club di discussione costoso e ormai obsoleto".

​Il Presidente ha assicurato che le parti in causa in entrambi i conflitti sono pronte a negoziare sotto la sua mediazione personale, proponendo un modello di gestione delle crisi basato su "accordi rapidi tra uomini forti" piuttosto che su estenuanti mediazioni multilaterali. L'idea di un piano di pace che preveda cessioni territoriali e nuove zone d'influenza ha scosso le cancellerie europee, che vedono in questo approccio il rischio di una spartizione del mondo simile a quella del secolo scorso, condotta però con logiche puramente aziendali.


​Uno scenario di profonda e globale incertezza

​Mentre i leader mondiali, presenti e non, tentano di imbastire una risposta collettiva che rivendichi l'importanza del dialogo e dell'indipendenza strategica, il clima a Davos resta sospeso tra lo shock e la rassegnazione. I mercati finanziari hanno reagito al discorso con una volatilità estrema, riflettendo il timore di nuove guerre commerciali, dazi punitivi e una possibile frammentazione del sistema degli scambi internazionali.

​In definitiva, l'intervento di Donald Trump a Davos 2026 non è stato un semplice aggiornamento politico, ma un vero e proprio punto di non ritorno. È il manifesto di un'America che ha deciso di non chiedere più il permesso per ridisegnare i confini e le regole del gioco globale. Lo spirito di cooperazione che ha storicamente caratterizzato il forum sembra essere stato definitivamente oscurato da una nuova, pragmatica e spregiudicata logica di potenza. Il mondo che emerge dalle parole di Trump è un luogo dove la stabilità non è più garantita dai trattati, ma dalla capacità di negoziare la propria posizione sotto l'ombra della Cupola d’Oro americana.

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