In Abruzzo e in Italia le donne continuano a pagare il prezzo più alto nel mercato del lavoro.
Solo poco più della metà delle donne in età lavorativa risulta occupata , e quando lavora, spesso guadagna meno degli uomini e ha contratti instabili. I dati più recenti confermano che il divario di genere nel lavoro è una questione strutturale, che pesa sulle carriere, sulle pensioni e sulla vita quotidiana di milioni di lavoratrici.
In Italia il tasso di occupazione femminile resta tra i più bassi d’Europa: circa il 52,5% delle donne lavora contro oltre il 70% degli uomini. Le donne rappresentano oltre il 70% dei lavoratori a bassa retribuzione e percepiscono salari mediamente inferiori di oltre un quarto rispetto agli uomini. Il gap aumenta nelle posizioni più alte: tra i dirigenti poco più di una lavoratrice su cinque è donna.
Il divario retributivo non dipende solo dalla paga oraria, ma dalla maggiore diffusione del part-time involontario, dalle carriere discontinue e dalla scarsa rappresentanza nei ruoli decisionali. La direttiva europea sulla trasparenza salariale rappresenta un passo importante per correggere queste disuguaglianze, ma secondo la CGIL la bozza di decreto italiana ne riduce l’efficacia, escludendo alcune categorie di lavoro a predominanza femminile, come l’apprendistato, il lavoro domestico, le collaborazioni continuative, il lavoro autonomo (se regolato dalla contrattazione collettiva) e limitando molto i controlli.
Il quadro non è diverso in Abruzzo. I dati più recenti del Rendiconto sociale e del Rendiconto di genere dell’INPS evidenziano come il lavoro femminile nella nostra regione resti più fragile e discontinuo: solo il 37% delle donne occupate ha un contratto a tempo indeterminato. La presenza femminile nelle aziende certificate per la parità di genere resta bassa, al 27,76%, e la quota di giovani tra 15 e 29 anni che non studiano né lavorano ha raggiunto il 31,24%, colpendo in modo particolare le giovani donne.
“La crescita dell’occupazione femminile non basta a colmare un divario che resta profondo – dichiara la CGIL Abruzzo Molise –. Le donne continuano a lavorare meno, con salari più bassi e contratti più precari. Il gender pay gap e il peso del lavoro di cura limitano l’autonomia economica e le opportunità di carriera”.
Per la CGIL Abruzzo Molise l’8 marzo non è una semplice ricorrenza: “Servono politiche strutturali per sostenere lavoro stabile e di qualità per le donne, rafforzare i servizi pubblici – a partire dall’infanzia e dalla non autosufficienza – e contrastare concretamente il divario salariale. Ridurre il gender gap nel lavoro significa investire nel futuro dell’Abruzzo e nello sviluppo di tutta la regione. La giornata internazionale della donna deve rappresentare un momento di mobilitazione e di impegno concreto per ridurre le disuguaglianze, per questo l’8 marzo saremo impegnate in un corteo a Pescara in Piazza Salotto alle 10,30, e il 10 marzo alle 11,00 in un’Assemblea aperta a presso il Palazzetto dei Nobili a l’Aquila.”
L’otto marzo non è celebrazione ma rivendicazione: Pescara scende in piazza nella giornata internazionale della donna Domenica 8 marzo 2026, ore 10.30.
Piazza Salotto nel segno della lotta femminista, transfemminista e intersezionale; associazioni, attiviste, attivisti e realtà territoriali attraverseranno il centro della città con un corteo da Piazza Salotto raggiungerà Piazza Sacro cuore, dove seguiranno interventi per celebrare la Giornata Internazionale della Donna. Il filo conduttore e dibattito cogente della mobilitazione è il tema del consenso, per contrastare il DDL Stupro, la proposta di legge parlamentare che riaccende la discussione sui limiti normativi e culturali della definizione della violenza sessuale in Italia. Il consenso non è una parola neutra, è lo svuotamento del valore del concetto di consenso, è una scelta politica che protegge un ordine sociale fondato su gerarchie di genere, razza, classe e orientamento sessuale, il corteo è un’azione per rivendicare il diritto all’autodeterminazione corporea é un atto di denuncia, perché la violenza sessuale e di genere, non è un’eccezione individuale ma un meccanismo strutturale di controllo. La manifestazione intende essere uno spazio di convergenza per tutte le soggettività che subiscono l'assenza di un riconoscimento del proprio consenso: donne, persone LGBTQIA+, persone trans e non binarie, persone “razzializzate”, persone con disabilità, persone migranti e in condizioni di marginalità economica. Uno dei punti centrali del DDL stupro che viene rifiutato è il pensiero che si nasconde dietro la “cultura della prova e della rispettabilità”, un sistema di pregiudizi e discriminazioni che non ascolta la volontà delle vittime ma ne valuta la credibilità sulla base di parametri disuguali. Chi non rientra nei modelli di rispettabilità, chi non parla la lingua giusta, chi non ha accesso a reti di protezione, chi non viene percepito come innocente è chi paga il prezzo più alto. Le organizzatrici e gli organizzatori sottolineano che la lotta per il consenso è inseparabile da quella per i diritti economici e sociali: senza indipendenza economica e senza leggi che garantiscano reale parità di genere, il consenso rimane un principio formale privo di sostanza. Le politiche di morte imperversano con una violenza brutale, attraverso l’affermazione della cultura dello stupro e della guerra permanente che colpisce prima di tutto donne e bambini, in Iran, in Palestina, in Sudan, in Ucraina, in Libano e in tutte le zone di guerra. Disertiamo il patriarcato e tutte le sue guerre.



